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Banalitas banalitatis, ricordo di De André

Quasi tutte le più belle canzoni di De André, nei miei quattro anni di attività su questo blog, mi sembra di averle già pubblicate.

Non per questo smette di essere attuale "Morire per delle idee" (sì, lo so, è di Brassens), quando si pensa ai civili palestinesi mandati a morire da un'élite corrotta che si appropria degli aiuti internazionali, lascia nella povertà il suo popolo utilizzandolo come un colossale scudo umano e addossa la colpa di tutto il male del mondo all'esistenza di Israele.

Non per questo smette di essere emozionante "Una storia sbagliata", dedicata specificamente alla morte di Pasolini ma emblema di tutte le "storie sbagliate" del mondo, o "Princesa", che mette nero su bianco temi di cui la maggior parte di noi non saprebbe neanche come cominciare a parlare.

Non per questo smette di consolarmi "Hotel Supramonte", considerato che di stazioni, nella mia vita, ne sono passate tante, anche facendo parecchio male, ma, nonostante tutto, sul desiderio di una fine alla Anna Karenina prevale il desiderio di vedere cosa viene dopo.

Non per questo "Potevo assumere un cannibale al giorno per farmi insegnare la mia distanza dalle stelle" smette di essere allo stesso tempo una delle mie frasi preferite ed uno dei miei maggiori rimpianti. Avessi imparato prima che io e le stelle (quelle vere, quelle del cielo) siamo separate da troppi e troppi chilometri, non sarei adesso nei guai con la voglia di raggiungerle.

Certo, se c'è un concetto che mette d'accordo molti sulla poetica di De André, è che non sia decisamente costellata di ottimismo e temi allegri.
Non è detto, però, che questo sia sempre vero: perciò ho deciso di celebrare il decennale della sua morte con una canzone e una notizia di speranza che riguardano entrambe un ottico. Al fatto che quello di De André (e di E. Lee Masters?) rappresenti presumibilmente uno spacciatore di "paradisi artificiali", mentre quello citato dal Corriere sia uno dei pochi uomini che, utilizzando al meglio le proprie forze e la propria umanità, cercano di creare un po' di paradiso in terra, ci arrivo da sola, grazie. :-)


Un ottico - Fabrizio De André

Daltonici, presbiti, mendicanti di vista
il mercante di luce, il vostro oculista,
ora vuole soltanto clienti speciali
che non sanno che farne di occhi normali.

Non più ottico ma spacciatore di lenti
per improvvisare occhi contenti,
perché le pupille abituate a copiare
inventino i mondi sui quali guardare.
Seguite con me questi occhi sognare,
fuggire dall'orbita e non voler ritornare.

"Vedo che salgo a rubare il sole
per non aver più notti,
perché non cada in reti di tramonto,
l'ho chiuso nei miei occhi,
e chi avrà freddo
lungo il mio sguardo si dovrà scaldare."

"Vedo i fiumi dentro le mie vene,
cercano il loro mare,
rompono gli argini,
trovano cieli da fotografare.
Sangue che scorre senza fantasia
porta tumori di malinconia."

"Vedo gendarmi pascolare
donne chine sulla rugiada,
rosse le lingue al polline dei fiori
ma dov'è l'ape regina?
Forse è volata ai nidi dell'aurora,
forse volata, forse più non vola."

"Vedo gli amici ancora sulla strada,
loro non hanno fretta,
rubano ancora al sonno l'allegria
all'alba un po' di notte:
e poi la luce, luce che trasforma
il mondo in un giocattolo."

Faremo gli occhiali così?
Faremo gli occhiali così!

Pubblicato il 11/1/2009 alle 13.2 nella rubrica Musica.

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