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  muffin "Mai discutere con un idiota. Ti porta al suo livello e poi ti batte per esperienza."
 
Prigioni
 


"Il tempo mischia bene le bibite, gli imperativi e quel che mando giù

Qualcuno vede ancora negli occhi miei quel che gli specchi non rifletton più

Si spezza la collana le idee van giù, stan rotolando un po' di qua e di là

E tutti a dirmi come raccoglierle, non c'è nessuno qui che non lo sa

Non riesco a immaginarmi di vivere illuminato dalla Verità"

(R. Vecchioni, "Canzone per Sergio" )



A parte che è divertente tutto, ma dal minuto 4 in poi potete trovare un'interessante guida sulla scrittura dei vostri commenti...



Anì Israeli


Di nessuna chiesa
Di nessuna chiesa


Lukashenko must go!
Grazie a Libertari


Ingeriamo pesantemente!
Questo blog è per l'ingerenza di tutti,
credenti e non credenti,
nelle questioni interne vaticane.
Aderisci anche tu!



Io, comunque, sto con loro.
Se lo meritano.




"E non si è soli quando un altro ti ha lasciato,
Si è soli se qualcuno non è mai venuto
Però scendendo perdo i pezzi per le scale
E chi ci passa su non sa di farmi male:
Ma non venite a dirmi "Adesso lascia stare"
O che la lotta in fondo deve continuare
Perché se questa storia fosse una canzone
Con una fine mia
Tu non andresti via."

(R. Vecchioni, "L'ultimo spettacolo" )




Sperando che ci credano...
Doveroso


Il blog di Nicola Dell'Arciprete



"Everything dies, baby, that's a fact

But maybe everything that dies someday comes back..."

(B. Springsteen, "Atlantic City" )




Faciteme 'sto piacere...







Venghino siori venghino...



Una campagna cui aderire



Un sito sull'Olanda
Amsterdaaam!



09/06/2005: Welcome back...


11 novembre 2008

Politics is just show business for ugly people (cit.)

Più ancora dell'inconcludenza, più ancora dell'ipocrisia, più ancora del menefreghismo, sono convinta che il male di questo Paese sia l'ignoranza. Quell'ignoranza furbetta che si traveste da cultura, da militanza, da impegno sociale.

Il fatto che molti dei cosiddetti "impegnati" si vadano a mettere in mano a questo qui e ai suoi amici per difendere la legalità, secondo me, ne è la riprova.
Io, francamente, di finire impiccata ad un lampione come in ogni "rivoluzione" che si rispetti non ho affatto voglia.


17 settembre 2008

Una ventata d'ottimismo

Giusto per ricordare che la violenza e le umiliazioni contro i più deboli sono ben lontane dallo scomparire, in questa nostra cosiddetta "civiltà". Grazie a Claudia e Barbara.
Ah, che poi, figurarsi, se qualcuno del personale avesse osato prendere posizione a favore del bambino e della mamma, si sarebbe pure beccato la ramanzina perché "non è stato solidale coi colleghi". Ci scommetto la testa.

"Alla C.A. Gentile Direzione Carrefour di Assago

Mi chiamo Barbara e sono la mamma orgogliosa di un bambino autistico di quattro anni.
Nel Vostro sito, leggo della Vostra missione e soprattutto del Vostro impegno nel sociale.
“La nostra capacità di integrarci con il territorio in cui siamo presenti, di comunicare con le istituzioni locali e di sostenere progetti sociali e associazioni umanitarie si riscontra attraverso azioni concrete:

• Finanziamento della ricerca contro alcune malattie del XXI secolo
• Sostegno alla giornata nazionale indetta dal Banco   Alimentare per la raccolta di generi alimentari
• Sostegno di iniziative umanitarie di vario tipo”

Lasciatemi dire che oggi nel punto vendita di Assago avete sfiorato la discriminazione punibile per legge.

Era previsto un evento che mio figlio aspettava con ansia: il tour delle auto a grandezza reale del film Cars.

Vestito di tutto punto con la sua maglietta di Cars, comprata DA VOI, oggi l’ho portato, emozionatissimo, ad Assago. Vista la posizione di Saetta, ci siamo avvicinati per fare una foto. Click, click, click, bimbo sorridente a lato della macchina. Avevate previsto un fotografo, sui sessant’anni, sembrava un rassicurante nonno con una digitale da 2000 euro, collegata a un pc dove un quarantacinquenne calvo digitalizzava un volantino carinissimo con le foto dei bimbi di fronte a Saetta, stampate all’interno della griglia di un finto giornale d’auto. Una copertina, insomma, che i bimbi chiedevano a gran voce e avrebbero poi incorniciato in una delle costose cornici in vendita nel Vostro reparto bricolage. Chiaramente, il mio biondino, che purtroppo per la sua malattia non parla (ancora), mi ha fatto capire a gesti che gli sarebbe piaciuto. Per quale ragione non farlo? Semplice, lo avrei capito dopo poco.

Attendo il turno di mio figlio, con estrema pazienza, e senza disturbare nessuno. Ci saranno stati una ventina di bambini, non di più. Non cento, una ventina.

Arriva il turno del mio piccolo, e non appena varca la transenna, resta il tempo di ben DUE SECONDI girato verso il suo idolo a grandezza naturale, invece di fissare l’obiettivo del fotografo. Mi abbasso, senza dar fastidio alcuno, scivolo sotto la corda e da davanti, chiedo a mio figlio di girarsi. Il fotografo comincia ad urlare “Muoviti! Non siamo mica tutti qui ad aspettare te” Mio figlio si gira, ma non abbastanza secondo il “professionista”. Gli chiedo “Per favore, anche se non è proprio dritto, gli faccia lo stesso la foto…” “Ma io non ho mica tempo da perdere sa? Lo porti via! Vattene! Avanti un altro, vattene!” Un bambino a lato urla “Oh, mi sa che quello è scemo” e il vostro Omino del Computer, ridendo “Eh, si! Vattene biondino, non puoi star qui a vita!” Mio figlio, che non è SCEMO, non parla ma capisce tutto, sentendosi urlare dal fotografo, da quello che digitalizzava le immagini e dalla claque che questi due individui hanno sollevato ed aizzato, si mette a piangere, deriso ancora dal fotografo che lo fa scendere dal piedistallo di fortuna che avete improvvisato davanti alla macchina, facendolo pure inciampare. A nulla valgono le imbarazzate scuse della guardia giurata,che poco prima aveva tranquillamente familiarizzato con mio figlio. L’umiliazione che è stata data dai Vostri incaricati, che avrebbero dovuto lavorare con i bambini, a un piccolo di quattro anni che ha la sfortuna di avere una sindrome che poco gli fa avere contatto visivo con il resto del mondo e non lo fa parlare, è stata una cosa lacerante. In lacrime, con il torace scosso dai singhiozzi, umiliato, deriso, leso nella propria dignità di bambino non neurotipico. Una signorina, con la Vostra tshirt, mi si è avvicinata per chiedermi cosa fosse successo. Alla mia spiegazione, dopo averle detto che il piccolo aveva una sindrome autistica, mi ha detto “Ma se non è normale non lo deve portare in mezzo alla gente“.

Son stata talmente male da non riuscire a reagire, ho dovuto uscire all’aria aperta, con il bambino piangente, per prendere fiato dopo tanta umiliazione.

Ho pianto. Dal dolore.

Questo è l’articolo 2 comma 4 della legge 67 del 1 Marzo 2006, a tutela dei soggetti portatori di handicap:

- 'Sono, altresì, considerati come discriminazioni le molestie ovvero quei comportamenti indesiderati, posti in essere per motivi connessi alla disabilità, che violano la dignità e la libertà di una persona con disabilità, ovvero creano un clima di intimidazione, di umiliazione e di ostilità nei suoi confronti.'

Vorrei sapere come intendete agire, se con una scrollata di spalle come i Vostri dipendenti, di fronte a un trauma che avete fatto subire ad un bambino che già dalla vita è messo ogni giorno a dura prova.

Manderò questa mail in copia alla segreteria dell’onorevole Carfagna, e alla redazione di Striscia la Notizia, oltre a pubblicarla sul mio sito personale.

Tacere non ha senso, e ancora minor senso hanno le umiliazioni che io e mio figlio abbiamo subito oggi.

Firma."




permalink | inviato da muffin il 17/9/2008 alle 23:45 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa


14 settembre 2008

Rimembranze

 Rompermi un dito non è stato certo bello, ma ancor più mi ha fatto male l'inoperosità forzata: dieci giorni in cui, anziché pensare ai problemi telefonici della sciuretta di turno ("Guardi che io col telefono ci lavoro!" già, me l'immagino come ci lavori), anziché tentare di decifrare l'interpretazione in calabrese stretto del piano tariffario Easy Tim New, mi sono abbandonata ai pensieri su me stessa, sulla mia vita, sui miei errori.

Dicono faccia bene affrontare le cose sgradevoli, guardare in faccia la realtà, esaminare impietosamente i problemi. Ma andatelo a raccontare a qualcun altro, s'il vous plaît.
Per me pillola blu*, Morpheus, facciamo a capirci.
Non per altro, ma perché mi sono stufata di avere la pillola rossa, per così dire, incorporata al cervello. Sono stanca, stanca, stanca di pensare a quello che è vero e quello che è falso, quello che è giusto e quello che non lo è, quello che dovrei o non dovrei fare.

Riflettere sull' 11 settembre 2001 non fa bene. Rivedere quelle immagini, ripensare ai sentimenti di allora, fa ancor più male. Ricordare la sensazione del mio cuore che sembrava, a un certo punto, aver fatto la stessa fine delle Torri Gemelle mi infastidisce, ma non me lo posso impedire.
Ricordo.

Quanto ho nuotato quell'estate, quanto.


5 novembre 2007

Citazione per gli ultimi fatti di cronaca

(stimolata dalle riflessioni emerse dall'ultimo post di Sannita, mi cimento in una citazione serale/notturna sull'argomento "leggi speciali")

Visto il clima generale, viste le vaghe promesse (minacce) di leggi "draconiane" provenienti da autorità incapaci anche di far rispettare la legislazione ordinaria, comprendendo con gran dolore, ed anche un po' di rabbia, quanto la demagogia allarmista possa essere funzionale alla sopravvivenza di una classe dirigente-politica incapace e vigliacca, non posso far altro che citare De André.
Il quale, per carità, sarà stato lo stronzo che è stato, sarà stato solo un copiatore di Brassens, sarà stato quel che volete, ma aveva a volte dei veri lampi di genio.
Uno è appunto questo:

"Prima pagina, venti notizie, ventuno ingiustizie e lo Stato che fa?
Si costerna, s'indigna, s'impegna, poi getta la spugna con gran dignità"
(F. De André, "Don Raffae' ")


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permalink | inviato da muffin il 5/11/2007 alle 22:32 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (11) | Versione per la stampa


2 ottobre 2007

La letteratura sotto il totalitarismo

Come scrivevo qualche post più sotto, George Orwell è uno degli scrittori che amo di più.
Naturalmente, in un Paese privo di una grande tradizione liberale come l'Italia, i suoi scritti non sono conosciuti e apprezzati come meriterebbero, soprattutto i suoi "Essays", "Saggi".

Io però, grazie alla mia impareggiabile genitrice (scusa mamma per il link irriverente :-) ), posseggo una raccolta di alcuni tra questi saggi.

Ogni tanto, quando l'arroganza altrui mi dà troppo ai nervi, quando non sono convinta di stare facendo abbastanza, quando il dolore e la fatica di conservarmi una dignità in mezzo a un mondo che della dignità fa al massimo una barzelletta sembrano impadronirsi di me*, beh, allora apro il mio bel libretto consunto dall'uso e cerco una frase che mi aiuti a ritrovare il senso della mia esistenza, o almeno una qualche fiducia nel genere umano.

Mi metto a pensare (talvolta capita anche che io pensi, benché ultimamente, almeno da queste pagine, sembri trasparire il contrario) che chi scrisse quelle righe ha combattuto, ha scritto fino alla morte per mettere in guardia i suoi simili dai pericoli del totalitarismo, ha sopportato un destino difficile, ha scelto consapevolmente di combattere per i suoi ideali in una guerra che, materialmente, non lo riguardava, ha saputo andare oltre delusioni e dolori in apparenza insuperabili, è diventato un eroe del libero pensiero.
Certo, non tutto quello che pensava e scriveva può essere esente da critiche: era un uomo, non un dio, prese anche lui le sue brave cantonate. Ma ebbe sempre il coraggio di sbagliare da solo, di non farsi imporre da nessuno ideologie e limitazioni del pensiero, di conservare fino all'ultimo la propria onestà intellettuale e di esortare gli altri a fare altrettanto.

Ed è proprio con alcune sue frasi su questo argomento che qui, oggi, senza particolari motivi se non uno a caso tra quelli che scrivevo prima, voglio ricordare lo scrittore politico Eric Arthur Blair.

Il quale, pur firmandosi in (quasi?) tutte le sue opere con lo pseudonimo di George Orwell, fu certo molto più coraggioso, nei fatti e negli scritti, di tanti imbrattacarte di tutti i tempi, che hanno, hanno avuto e avranno sempre soltanto l'unico merito, se così si può definire, di presentarsi al pubblico col proprio vero nome.


"Ciò che è nuovo nel totalitarismo è che le sue teorie non sono soltanto incontestabili ma anche instabili. Esse devono essere accettate a prezzo della dannazione, ma d'altra parte sono sempre soggette a essere alterate secondo il fatto del momento. Considerate, ad esempio, i diversi atteggiamenti, completamente incompatibili l'uno con l'altro, che un comunista inglese o "compagno di strada" ha dovuto adottare nei confronti della guerra tra Gran Bretagna e Germania. Per anni, prima del settembre 1939, ci si aspettava che egli stesse in continua ansia per gli "orrori del nazismo" e che rivoltasse ogni cosa che scriveva in una denuncia di Hitler; dopo il settembre 1939, per venti mesi egli doveva credere che la Germania fosse più vittima che colpevole e che la parola "nazista", se non altro per quanto concerneva la carta stampata, dovesse essere cancellata dal suo vocabolario. Immediatamente dopo aver ascoltato il notiziario delle otto, la mattina del 22 giugno 1941, egli doveva ricominciare a credere che il nazismo fosse la cosa più orribile mai vista al mondo. Ora, per un politico è facile cambiare in questo modo, ma per uno scrittore la cosa è alquanto diversa. Se a un certo punto egli deve tradire il suo pensiero, egli dovrà nel contempo mentire sui propri sentimenti o altrimenti sopprimerli del tutto. In ciascuno dei due casi egli avrà distrutto la sua sorgente creativa. Non solo non gli verranno più idee, ma le parole stesse che usa sembreranno irrigidirsi al tocco" [...]
(se a qualcuno interessa sapere come continua scrivetemelo nei commenti, che pubblico il seguito domani. Questo brano è tratto dal saggio "La prevenzione della letteratura")


*(e questi, cari i miei piccoli lettori, anche se, almeno ultimamente, cerco di infliggerveli il meno possibile, sono purtroppo momenti piuttosto frequenti nella mia vita)


25 luglio 2006

Lo disse uno più bravo di me

Per chi crede che i carcerati siano la feccia dell'umanità. Per chi non conosce altro che la legge del taglione. Per i giustizialisti inutilmente pedanti e demagogici.
Oscar Wilde lo dice meglio di me.

"Molti, una volta scarcerati, portano il carcere con sé anche in libertà, lo nascondono nei loro cuori come una segreta vergogna e infine come povere creature avvelenate si rintanano in qualche buco per morire. E' orribile che debbano ridursi a questo, ed è ingiusto, terribilmente ingiusto che la società ve li costringa.
La società si assume il diritto di infliggere all'individuo castighi spaventosi, ma ha il vizio supremo della superficialità, e non arriva a comprendere ciò che ha fatto. Quando il castigo è giunto al termine, essa lascia l'individuo a se stesso, cioè lo abbandona nel momento in cui hanno principio nei riguardi di lui i suoi doveri più alti. Essa in realtà si vergogna del suo operato, ed evita coloro che ha punito, come la gente evita un creditore a cui non può pagare il debito, o uno a cui abbia inflitto un irreparabile, un irredimibile danno.
Per me, dichiaro che se io mi rendo conto di ciò che ho sofferto, la società dovrebbe rendersi conto di ciò che mi ha inflitto (...)"
(O. Wilde, "De Profundis")




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12 maggio 2006

Sex bomb, sex bomb...ehm, no, Egypt Google Bomb

Per sapere il perché di questo sforzo canoro, vi rimando qui.

La macchina del capo ha un Egypt nella Egypt, la macchina del capo ha un Egypt  nella Egypt, ripariamola con l' Egypt Egypt.
La Egypt del capo ha un Egypt nella Egypt, la Egypt del capo ha un Egypt nella Egypt, ripariamola con l' Egypt Egypt.
La Egypt dell'Egypt ha un Egypt nella Egypt, la Egypt dell'Egypt ha un Egypt nella Egypt, ripariamola con l' Egypt Egypt




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27 gennaio 2006

Meditate che questo è stato



(Grazie a lui per quest'immagine)




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29 dicembre 2005

Le nostre prigioni parte III

(continua dal post precedente) Nelle carceri italiane si ascolta spesso, quando non viene negato anche questo conforto, Radio Radicale: i detenuti italiani capiscono benissimo Pannella quando parla di "vita del diritto per il diritto alla vita", perché provano quotidianamente, sulla loro pelle, che cosa significa ammalarsi e morire, giorno dopo giorno, di diritti negati o ignorati, di ingiustizia, di illegalità. I detenuti italiani conoscono e praticano la nonviolenza, nonostante alcuni scriteriati, dai salotti radical-chic o dai centri sociali, li incitino a fare quella cruenta "rivoluzione proletaria" che loro non hanno avuto la voglia e il coraggio di fare; i detenuti italiani hanno compreso l'essenza del Caso Italia molto meglio di tanti di noi che sono a piede libero.
I detenuti italiani (e anche quelli extracomunitari, che sono una buona parte del totale) hanno digiunato in massa, insieme ai Radicali, non solo per l'indultino, ma anche, un anno prima, per il mancato plenum di Camera e Consulta, perché capiscono quanto siano gravi le conseguenze del mancato rispetto delle leggi da parte dello stesso stato che le ha create; capiscono l'incoerenza e la pericolosità di un sistema che, mentre da un lato obbliga i cittadini ad osservare mille piccole norme inutili, dall'altro, mettendo in atto e sfruttando una sistematica disinformazione, si svincola da qualsiasi regola.
Non mi illudo che l'aver passato un'intera notata a scrivere questo pamphlet possa contribuire in maniera significativa alla risoluzione del problema del carcere in Italia; credo però che sia necessario, ogni tanto, volgere lo sguardo alle nostre prigioni, ricordare che da lì può arrivare un contributo decisivo alla risoluzione del Caso Italia, pensare e far pensare che lì dentro non sono rinchiusi solo i "mostri", i "cattivi", ma anche, semplicemente, tanti nostri simili che hanno commesso degli errori, piccoli o grandi, e molti dei quali stanno pagando in una misura eccessiva e non prevista dalle leggi.
Sbagliando, dicono, si impara: forse, anzi sicuramente, non tutti i detenuti hanno sbagliato nella misura in cui scontano la loro pena, ma molti di loro, nonostante tutto, hanno comunque imparato fin troppo bene cosa vogliano dire le parole "libertà" e "responsabilità".
Forse sono i nostri governanti che, per ricordarselo, avrebbero bisogno di un ripasso, di un bignamino, di un corso accelerato. Perché, se "le loro prigioni" sono queste, beh, aridatece gli austriaci. (3. Fine)




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28 dicembre 2005

Le nostre prigioni parte II

(continua dal precedente post) Non di alberghi a cinque stelle, questo è evidente.
Stiamo parlando, come al solito, di illegalità, di diritti previsti dalla legge e negati nella prassi, di paradossi tragicomici come quello della carcerazione preventiva: un cittadino può essere messo in galera "a prescindere", sulla base di accuse tutte da verificare, e (incredibile), se malgrado tutto continua a dichiararsi innocente, resta prigioniero fino al giorno del processo e del giudizio definitivo, che, dati i tempi biblici della giustizia italiana, può anche coincidere col giorno del Giudizio vero e proprio.
Stiamo parlando di vessazioni sistematiche da parte dello stato italiano sui suoi cittadini più deboli e più indifesi, meno furbi e meno danarosi: solo il 19 per cento dei colpevoli (quelli meno in condizione di difendersi) viene assicurato alla giustizia.
Stiamo aspettando che qualcuno in Parlamento si decida ad ascoltare noi Radicali quando ricordiamo che la legge prevede una funzione rieducativa, non meramente punitiva della detenzione; stiamo cercando di far passare l'idea che la legge prevede come pena la privazione della libertà, non certo dei diritti umani fondamentali, della dignità e dell'umanità. Abbiamo digiunato, ci siamo messi in gabbia, abbiamo lottato e stiamo lottando ancora perché questa legge, questo diritto, questi diritti vengano rispettati, perché lo stato rientri in una situazione di legalità. Come? Recuperando e seguendo le regole che esso stesso si è dato; smettendo magari di attuare politiche proibizioniste, utili soltanto a creare dal nulla crimini e criminali; riorganizzando razionalmente il proprio sistema penitenziario; cercando, una volta tanto, di seguire la coerenza e non la paura, scegliendo di non essere debole coi forti e forte con i deboli, com'è di solito, come può permettersi di essere perché i cittadini non se ne rendono conto finché non ci sbattono contro il muso. E il caso di Enzo Tortora, innocente, ma massacrato dai media e dalla (in)giustizia italiana dopo che un cosiddetto "pentito" lo aveva indicato come colpevole, ci ricorda quant'è facile finire dentro, da fuori che si era; ci fa capire quanto si fa presto, in assenza di certezza del diritto, a piombare dalla condizione di liberi cittadini tutelati dalle leggi a quella di sudditi sottoposti all'arbitrio di un potere maligno e incomprensibile. (2. Continua)




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